01 dicembre, 2009

Figlio mio, vai all'estero perché qui da noi comando io


Immagino che molti di voi sappiano di questa lettera. Per farla breve, Pier Luigi Celli - uomo che è stato ai vertici di aziende del calibro di Enel, Eni, Rai e Unicredit - prega il figlio Mattia, fresco di laurea triennale (mi pare d’aver capito) di andare all’estero perché in Italia non c’è spazio per giovani talentuosi e motivati come lui.
La lettera ha scatenato una marea di reazioni, tutte abbastanza idiote. Sono ben consapevole del fatto che la mia reazione si candida ad allungare la lista, ma tant’è. Nessun giornale (vi prego di correggermi se sbaglio), ha semplicemente fatto notare che Pier Luigi Celli non ha le carte in regola per lagnanze simili.
Perché? Be’, per questo semplice motivo:
“True terror is to wake up one morning and discover that your high school class is running the country”.
Nel caso di Celli, la frase dovrebbe suonare così:
“True terror is to wake up one morning and realize that you’re one of those soulless pieces of shit that are running the country”.
Se mai aprirò un altro blog, lo chiamerò “Vonnegut l'aveva detto”.

25 novembre, 2009

Tumblr



Be', io vado a farmi un giro qui. Così potrò finalmente parlare di quello che mi interessa di più: gattini, vampiri e gruppi musicali che conosco solo io.
For English readers only.

"I believe in us..."


"... but if God was there, I think the first line of the Bible should be 'It's round. Looks flat but it's round. Yeah, it spins. It's like a big football... it's very complicated. Imagine you are on a football and you're spinnin' but you can't feel it... Oh, shit. Sorry about the slavery.'"

Eddie Izzard, Stripped

Reunions are always tacky

Si può fare una reunion di Seinfeld? Si può rimaneggiare, a dieci anni dalla chiusura, lo show che ha letteralmente fatto e cambiato la storia della tv e della cultura popolare americana? Sì, se ti chiami Larry David.
Ho appena finito di vedere l'ultimo episodio della settima stagione di Curb your enthusiasm, lanciata proprio con il motto It's not a reunion show but it's the closest you get. Non c'è che dire: perfetto.

24 novembre, 2009

Capelli veri


Grazie Anna.
(E grazie nonna.)
Ovviamente sempre da qui.

Leggete, bestie!


Viaggio in paradiso
, Mark Twain

C'è dentro tutto quello che anni dopo - con maggior spregiudicatezza - avrebbe sviluppato Vonnegut. Il racconto è carino, ma l'epilogo affidato all'angelo del protocollo è genio puro.

Ps: la mia non è l'edizione Passigli che ho linkato, ma un Pocket Longanesi del 1965. Se oggi un redattore mandasse in stampa un testo così zeppo di refusi e obbrobri tipografici, sarebbe crucifisso. Non-c'è-più-la-professionalità-di-una-volta stocazzo. In appena 142 paginette c'è una sagra di sviste (anche gravi) che neanche la mia prima prova di correzione di bozze.
Come dice Vonnegut, i bei vecchi tempi non ci sono mai stati. E il cerchio - tanto per cambiare - si chiude.

17 novembre, 2009

Mi son sempre piaciuti i fiori

Carl Linné ovvero Carolus Linnaeus ovvero Linneo fu un personaggio decisamente interessante con il quale sento di avere qualche affinità.
Naque nel 1707 in Svezia figlio di un povero ma ambizioso pastore luterano, ed era uno studente talmente pigro (ehi! proprio come me) che il padre lo minacciò di mandarlo a lavorare come calzolaio. Linneo scongiurò il padre di dargli un’ultima possibilità; da lì in poi divenne uno studente modello.
Studiò medicina ma la sua vera passione era il mondo della natura (ehi! proprio come me).
Cominciò a produrre cataloghi di specie animali e vegetali usando un sistema di sua invenzione e la scienza si accorse di lui; Linneo mise ordine in un campo, la classificazione delle specie naturali, che fino ad allora era stato un casino totale: nomi lunghissimi, con l’incertezza poi di avere magari nominato lo stesso fiore classificato già da altri botanici, gli animali potevano venire raggruppati a seconda che fossero selvatici o domestici, terrestri o acquatici, grandi o piccoli o addirittura nobili e belli anziché insignificanti. Buffon, con il quale Linneo ebbe una disputa, classificò alcuni animali a seconda della loro utilità per l’uomo.
Buffon non fu l’unico oppositore ma fu più fortunato di Johann George Siegesbeck che ne criticava il carattere immorale dell’analisi degli organi sessuali, e soprattutto la centralità di quest’ultima nell’opera di Linneo, il quale per dispetto diede il nome Siegesbeckia ad una pianta infestante. Questo episodio ha stuzzicato la mia matita.
E qui veniamo ad un’altra caratteristica del naturalista svedese: un notevole e costante interesse per il sesso (ehi! proprio come me).
Scorgeva in molte piante stupefacenti somiglianze con i genitali femminili (come dargli torto) tanto che chiamò le parti di una specie di bivalve vulva, labia, pubes, anus e himen, inoltre classificò un genere di piante col nome Clitoria.
Nelle sue descrizioni attribuiva ai fiori un' inclinazione al piacere sessuale che non avrebbero sfigurato in un romanzo erotico dell’epoca.
Cercando un’immagine di Linneo ho trovato questa, un ritratto di J.H. Cheffel del 1739.


Vero che vedete anche voi quello che vedo io? Vero?
I casi sono due: o il pittore condivideva lo stesso interesse mio e di Linneo, o io ho bisogno di una visita specialistica.

04 novembre, 2009

Cose serie


In questi mesi il numero dei libri letti e dei film visti si sta riducendo vergognosamente. La colpa non è mia. E' loro!
Mad men, Dexter, Curb your enthusiasm, It's always sunny in Philadelphia, Parks and recreations, Bored to death, The big bang theory, South Park, Family Guy, Sit down, shut up, Californication, The Office Us, The Cleveland Show e non so quale altra serie tv. Sono loro i colpevoli! Se solo due anni fa mi avessero detto che mi sarei interessato così morbosamente a dei programmi televisivi, avrei riso. Oggi invece sono solo un'emanazione gassosa ad alta densità molecolare che vive in funzione del proprio calendario su Myepisodes, un'agendina on-line che scandisce le mie settimane informandomi sulle uscite delle serie che seguo.
La cosa più agghiacciante è che alcune di queste serie le seguo solo come metadone in attesa di quelle che mi piacciono davvero.
Aiutatemi a uscirne. Oppure, consigliatemi altre serie che vale la pena seguire.
Anzi no. Lasciatemi sul divano, che ci sto bene. Del resto sono sicuro che prima o poi, quando avranno finito di assegnarlo ad autori sconosciuterrimi e ininfluenti anche nel loro paese natale, il premio Nobel per la letteratura lo daranno a David Chase. Chi è David Chase? Ma è il creatore dei Soprano, bestia!

Ps: No. Forse il Nobel lo meritano più Matt Stone e Trey Parker per South Park. O Matt Groening e David X. Cohen per Futurama. O Larry David per Seinfeld e Curb your enthusiasm. O Garry Shandling per The Larry Sanders Show. O Ricky Gervais per Extras. O...

Visti per voi (ché il finesettimana è lungo)

Up
di Pete Docter e Bob Peterson

Con la Pixar non c'è più gusto. Ti bastano due minuti di trailer per capire che c'è un capolavoro in arrivo. A volte le aspettative sono leggermente deluse (Wall-E), a volte abbondantemente superate (Monsters & Co.). Stavolta il film è esattamente quello che ti aspetti. Ormai la Pixar è l'unica grande casa di animazione occidentale a usare il mezzo del cartone per quello che è. La Dreamworks - sua diretta concorrente - lavora in un'opposta direzione. Nelle sue mani il cartone animato si riduce sempre più agli schemi del peggior cinema per famiglie: trame piattissime, comicità piena di riferimenti all'attualità più becerona, parodie di blockbusters ancora in cartellone (i tre Shrek ne sono pieni).
In un film Pixar non troverete mai niente di tutto questo. Loro lavorano per produrre i classici di domani. Infatti Up ci regala una storia molto fantasiosa, che non perde tempo in spiegazioni e va dritta al cuore nel più schietto dei modi. Certo, non siamo ancora ai livelli dell'animazione orientale, dove capolavori come Mind game prescindono del tutto dalla trama per il piacere di un pubblico più esigente, ma è bello vedere che anche il vecchio occidente non è del tutto schiavo di quella stupida forma di fantasia chiamata fantasy, dove si spaccia per creatività un elenco di spiegazioni a fatti/eventi/poteri altrimenti privi di senso.

La scena
La sequenza iniziale con il protagonista bambino e il montaggio che ce lo mostra crescere insieme alla sua amata compagna. Ho pianto come un vitello.

La frase
Russell: Sometimes, it's the boring stuff I remember the most.
E anche qui si piange.


Fat City
di John Huston

Un film del 1972, benedetto da una recitazione portentosa. La storia è semplicissima, e ricorda un po' quella di certi personaggi di Erskine Caldwell (non conoscete questo gigante della letteratura americana? Problemi vostri): la loro rogna non è dettata dalla malasorte né dalla loro mancanza di determinazione. In Fat City la rogna è semplicemente la regola. Billy Tully (Stacy Keach) è un pugile fuori dal giro che tira a campare. Un giorno torna in palestra e si imbatte nel giovane Ernie (Jeff Bridges). In lui Billy vede la stoffa di un campione in erba, ma presto il suo intuito si rivelerà una mezza fregatura. Sull'onda dell'entusiasmo di Ernie anche Billy torna sul ring. Vince, ma essersi rimesso in piedi gli è costata troppa fatica, uno sforzo che il guadagno del primo incontro non basta a ripagare. La trama è di una pulizia esemplare e la recitazione è davvero impressionante. In particolare quella di Stacy Keach (misurato e complesso) e della sua compagna sbronza Oma (Suzan Tyrrell, che per questo ruolo si beccehrà una nomination all'Oscar).

La scena
Billy si è ripulito, ma Oma è sempre un'ubriacona persa. Lui per tirarla fuori dal letto le prepara una cena fra le più squallide e nevrotiche della storia del cinema. Incredibile la capacità di Keach di non cascare nel grottesco o nell'istrionismo del peggior De Niro.

La frase
Billy a Ernie, verso il finale del film: Don't go away... stick around.


District 9
di Neill Blomkamp

Lo attendevo da tempo. Un'idea geniale, già alla base del corto di Blomkamp che aveva destato l'attenzione di Peter Jackson (che del film è produttore). Vent'anni fa un'enorme nave aliena si è fermata nel cielo di Johannesburg. A bordo non ci sono alieni gentili e onniscenti come quelli di Spielberg, ma degli orrendi gamberoni che stanno morendo di fame nei loro escrementi. Il governo sudafricano è sotto l'occhio di tutto il mondo: si deve dare una sistemazione a questi disgraziati dell'oltrespazio. Vent'anni dopo quello che doveva essere un centro d'accoglienza provvisorio (il Distretto 9 del titolo) è diventato uno sconfinato slum, dove gli alieni (i "prawns", come li chiamano tutti) vivono in condizioni pietose. Un giorno l'agenzia che si occupa di gestire i rapporti con la minoranza aliena decide di trasferirli in un nuovo campo profughi: per farlo è però necessario rispettare le regole e presentare agli alieni un regolare avviso di sfratto da far loro firmare. Per condurre le operazioni, oltre a un cazzutissimo gruppo armato, viene chiamato un piccolo burocrate, Wikus Van De Merwe. Mi fermo qui con la trama. Ci sarebbero un bel po' di piccole osservazioni da fare. Il film si apre con uno splendido taglio documentaristico che sparisce molto in fretta (e questo lo possiamo capire) per lasciare il passo ai meccanismi di un action movie molto tradizionale (e anche questo lo possiamo capire) e chiudere con un finale alla Spielberg (e questo lo capiamo meno). Poi ci sarebbero un paio di buchi nella sceneggiatura che fanno fatica ad essere digeriti, ma resta il fatto che District 9 è un esperimento incoraggiante.

La scena
Qualsiasi inquadratura dell'astronave nel cielo di Joahnnesburg. Un'immagine portentosa.

La frase
Wikus: Get your fokkin' tentacle out of my face!


Milk
di Gus Van Sant

Non amo Van Sant e non amo i bio-pic, soprattutto quando sono precisini e compassati come questo. Ma non resisto alle storie di militanza politica. Non posso farci niente. Mi emoziono anche davanti a ritratti agiografici come quello proposto da Van Sant. Comunque, il film non è nulla di sorprendente e non aiuta un granché a capire cosa è successo nella San Francisco di quegli anni. Ma la recitazione di Sean Penn e di James Franco è semplicemente splendida. Penn riesce a dar vita anche al debolissimo espediente narrativo ideato da Van Sant per tenere insieme la storia: Milk seduto in cucina registra un diario al magnetofono che è la traccia di tutto il film. Ripeto, niente di che, ma Penn è gigantesco.

La frase
Dan White: Society can't exist without the family.
Harvey Milk: We're not against that.
Dan White: Can two men reproduce?
Harvey Milk
: No, but God knows we keep trying.

La scena
La morte di Milk. Il gesto e il "No" di Penn davanti alla pistola sono fra le cose più vere che abbia visto di recente.


Gonzo
di Alex Gibney

Se non sapete nulla di Hunter S. Thompson, sono problemi vostri. Se non avete letto Fear and loathing in Las Vegas e non avete visto il film omonimo che Gilliam ne ha ricavato, andatevi a leggere almeno la sua pagina su wikipedia.
Il documentario ricostruisce la vita di questo giornalista/situazionista/santone/fattone/armaiolo. O meglio, ricostruisce quella abbondante fetta di vita che Thompson condusse davanti alle telecamere o fece finire sui giornali. Diciamo subito che il film parte molto male. I primi anni di vita di Thompson e la sua formazione di scrittore sono un buco nero e tali continuano a essere. La presenza va-e-vieni di Johnny Depp (grande amico e ammiratore di Thompson) come narratore ha un senso puramente commerciale (che capiamo in pieno). La storia si fa interessante oltre le metà del film, quando la mole di notizie e filmati d'archivio su Thompson è talmente ricca da permettere anche a un regista modesto come Gibney di fare un montaggino divertente. A venir fuori è più che altro il Thompson politico (e questo mi va benissimo). Chi cerca il Thompson lisergico cascherà molto male.
A farla breve, la prima ora del documentario è letteralmente da buttar via. La seconda va bene solo perché risolleva le sorti di un "coso" davvero bruttino.

La scena
Hunter S. Thompson che descrive, molti anni prima della sua morte, i dettagli del suo funerale. Dettagli che sono stati presi alla lettera.

La frase
Ce ne sono una montagna. Tutte prese dagli articoli di Thompson. Il contributo delle varie testimonianze raccolte da amici, parenti e conoscenti è pressoché pari a zero. Forse le uniche cose interessanti le racconta McGovern.


Battlestar Galactica: The Plan
di Edward James Olmos

Avvertenza: Se non avete mai visto Battlestar Galactica, è inutile leggere quello che segue.
Dopo il non entusiasmante Razor, lo staff di Battlestar Galactica ritenta la strada del film. Se la prima volta si era tentato di fare qualcosa che fosse di complemento alla serie tv, ma godibile anche per chi non ne aveva mai vista una puntata, stavolta si è pensato di fare un regalo ai tanti fan rimasti a digiuno dopo il finale. The Plan è in pratica la storia delle prime due stagioni, raccontata dal punto di vista dei Cylon. Visivamente il film non offre molto (esclusa una goffa insistenza sulle scene di sesso e di nudo, quasi assenti nell'originale), ma a mio parere rappresenta un ottimo modo di raschiare il barile di una delle più belle serie televisive mai viste. In effetti sul fondo di questo barile di ciccia ne era rimasta e The Plan lo dimostra in pieno. Le riflessioni di Numero Uno (un grandioso Dean Stockwell) sulla natura del bene e del male e sul processo di ibridazione "morale" fra razza umana e Cylon sono grandi pezzi di teatro.

La scena
Le due versioni di Numero Uno si incontrano sul Galactica davanti agli occhi dell'equipaggio.

La frase
Numero Uno: Friends are dangerous things.
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